When Everything Seems All Right“ANDREW!” era la terza volta che sua sorella lo chiamava da oltre la porta. E per la terza volta, lui le rispose con un grugnito.
“Ma che cazzo! Tu devi venire in studio! Non puoi dormire!” urlò ancora Rachel, battendo la mano freneticamente sulla porta.
Andrew sospirò rassegnato. Non avrebbe potuto dormire ancora per molto se sua sorella avesse continuato così! Ma lui aveva un assoluto bisogno di dormire per almeno altre tre ore, e forse anche qualcosa in più. Non avrebbe permesso a quella casinista di disturbarlo ulteriormente. Doveva liquidarla. E presto… prima che la sua testa scoppiasse a causa delle botte che Rachel continuava impetuosamente a dare alla porta.
“Che credi? Anch’io sto in piedi per miracolo!” gridò ancora Rachel.
Sì, ma era andata a letto alle dieci e mezzo! Lui, invece, si era dato alla pazza gioia con una bella bionda! Ora aveva un disperato bisogno di recuperare quelle ore passate.
“E allora mettiti a letto pure tu!” rispose Andrew, avvolgendosi ancora di più tra le coperte.
“E poi chi lo sente Richard, scusa?” protestò, smettendo di uccidere il povero e martoriato legno della porta a manate, visto che suo fratello si era finalmente degnato di risponderle.
“Vorrà dire che faremo sciopero. Chiama anche gli altri dell’equipe e avvertili.” E si mise il cuscino sulle orecchie, come se in tal modo potesse evitare di sentire la voce di Rachel.
“Ma stai scherzando?” urlò stizzita. “Non faremo più vita!”
Richard ha questo effetto solo quando ti pare, però. Non mi sembra che ti preoccupassi della tua vita quando ti sei rinchiusa nel bagno con la piastra contro il suo volere, la scorsa settimana…“Allora vai allo studio!” sbottò irritato Andrew. Se era in ritardo e voleva andare a lavoro, perché diavolo era ancora lì a rompergli i coglioni alle dieci di mattina?
“Andrew, vaffanculo! Spero che ti venga un attacco di diarrea – come ti ha già augurato quell’altra! – e tu sia costretto a stare in bagno per tutta la giornata!”
“Grazie, ciao.”
“
Ciao un cazzo!” urlò per l’ultima volta la ragazza, allontanandosi a grandi e pesanti passi dalla sua stanza.
Il moro sospirò. Ora che sua sorella se n’era andata, poteva stare nel letto per tutto il tempo che voleva. E per un giorno, Richard Leonard Smith avrebbe fatto a meno di lui.
Calciò via le coperte da sopra di sé e buttò il cuscino per terra. Si mise supino, allargando braccia e gambe, immedesimandosi nell’ozio fatto persona, e si abbandonò di nuovo alla tranquillità che ora tornò a regnare nella grande casa.
***
Aprì un occhio. Bene, non c’era troppa luce nella stanza. Poteva aprire anche l’altro senza rischiare un qualche trauma.
Che ore erano?
Sbadigliò.
Decisamente presto.
Quanto aveva dormito da quando sua sorella se n’era andata?
Si portò le mani sul viso per liberarlo da alcune ciocche di capelli che gli coprivano gli occhi e girò la testa a sinistra, guardando l’orologio digitale sul comodino.
Sbuffò. Solo mezzogiorno. Se soltanto non si sentisse in dovere verso se stesso di fare una doccia al più presto, avrebbe preferito dormire almeno fino alle due.
Si mise seduto quasi inconsciamente e si guardò attorno intontito, come ogni volta. Ok, camera sua era il solito disastro. I suoi vestiti erano sparsi sul pavimento in maniera tale che nemmeno capiva il modo in cui se li era tolti. Le scarpe in fondo alla stanza, vicine alla sedia di pelle nera, su cui giaceva anche il giacchetto. I pantaloni in mezzo alla stanza e le due magliette attaccate alla maniglia della finestra.
Ma non era in condizioni da indagare oltre. Così scese dal letto e si avventurò nel bagno, strusciando i piedi come se pesassero tonnellate, dimostrandosi all’altezza di un bradipo appena uscito dal letargo. Aprì il getto dell’acqua calda e si tolse i boxer, per poi metterli nel cesto dei vestiti sporchi – anche perché se Rachel li avesse trovati di nuovo sul bordo della vasca, la sua minaccia di tagliargli i capelli nel sonno sarebbe diventata realtà.
Infine entrò nella cabina doccia e si appoggiò alla parete, cercando di farsi lentamente risvegliare dalle gocce che gli picchiettavano sul viso.
Dopo qualche minuto passato lì fermo, con il rischio di addormentarsi di nuovo, iniziò a lavarsi, cercando di svegliarsi completamente.
Improvvisamente, la porta del bagno si aprì e Andrew cercò di riconoscere la figura al di là della cabina, gesto ovviamente inutile per la quantità di vapore acqueo presente nella stanza che aveva appannato il vetro.
Il ragazzo sentì poi iniziare a scorrere un altro getto d’acqua che riconobbe come quello del lavandino. L’inevitabile conseguenza – che Andrew ovviamente non previde – fu la glaciazione del suo sistema nervoso: il getto divenne, da caldo quale era, gelido, e per poco lui non urlò di dolore.
Si sbrigò a chiudere l’acqua ed aprì la cabina, uscendo per recuperare un asciugamano – e anche per vedere chi fosse entrato. Naturalmente non era difficile indovinare chi avesse osato interrompere la sua doccia, visto che in quella casa ora vivevano in tre, ed una era uscita già da tempo. E quei capelli rossicci che vedeva cadere scompostamente sulle spalle – coperte dall’enorme maglietta che lei gli aveva fregato tempo fa e che usava per dormire – erano la prova di chi fosse.
Inge aveva appena finito di lavarsi il viso e solo una volta chiuso il getto d’acqua, si rese conto di non essere da sola. Così si girò e Andrew fece appena in tempo a recuperare un asciugamano ed a legarselo intorno alla vita.
Gli occhi della ragazza lo fissarono, leggermente perplessa. Non era ancora del tutto sveglia e le sue facoltà cerebrali dovettero sforzarsi per riconoscere quella figura davanti a lei. Una volta capito che era Andrew, sorrise, vagamente beffarda al pensiero di come questa volta le parti si fossero invertite.
“Questa volta sono io che vedo nudo qualcuno di voi.” Disse, appoggiandosi al lavandino ed incrociando le braccia al petto, senza distogliere gli occhi da lui.
“Ti è andata bene che tu abbia trovato me, allora…” le mandò indietro lo sguardo, dopo essersi passato una mano sul viso bagnato.
“Modesto il ragazzo.” Commentò lei.
“Certo che no!” ribatté lui, sorridendo superiore. “Io so di valere!”
“Certo…” borbottò lei, facendo scorrere il suo sguardo sul suo corpo. Voleva farlo sentire in imbarazzo, proprio come lui aveva fatto con lei.
“Stai continuando a fissarmi…” le fece notare Andrew, per niente toccato dal suo tentativo di fine vendetta. “Ti piace?”
“Pervertito” soffiò lei, irritata. Se prima la sfiorava soltanto l’idea di una possibile rivalsa, ora era definitiva. E quella sembrava proprio l’occasione che stava aspettando. L’unico problema era che lui non le dava la soddisfazione di riuscire nel suo intento.
“Sarò anche pervertito, ma tu non fai niente per smentire quello che ho detto…” e incrociò le braccia al petto nudo a sua volta, guardando la ragazza nella sua solita maniera maliziosa.
“Cosa vuoi che faccia? Correre via urlando?” alzò un sopracciglio lei, tornando a guardarlo negli occhi e mostrandogli il suo sguardo strafottente.
“Bè,” e si inumidì le labbra. “Diciamo che potremmo fare anche di meglio.”
“Ah, sì?” accettò lei la sfida. “Dimostramelo.”
“Ci tieni proprio, eh?” e si avvicinò lentamente.
Una serie di brividi attraversarono la schiena della ragazza.
“Sono sempre pronta a nuove esperienze.” ribatté lei, ricomponendosi e trasformando il suo tono da superiore a malizioso, proprio come quello di Andrew.
Si stavano fronteggiando. Erano uno davanti all’altra – poca distanza a dividerli – e si guardavano negli occhi. Lei, poi, si appoggiò al lavandino con le mani, allontanandosi leggermente, ma senza distogliere lo sguardo da quegli occhi che ancora emanavano malizia.
“Bene” soffiò lui al suo orecchio, mettendole le mani sui fianchi e appoggiandosi alla ragazza. Questa volta lei non poteva nulla contro di lui. Questa volta avrebbe vinto. Le avrebbe fatto vedere che non era possibile battere Andrew Morgan per due volte di seguito. “Questa sarà quella più eccitante della tua vita.”
Un’altra serie di brividi la conquistarono. Poi, maledicendosi per quella sua debolezza, la ragazza mugolò un assenso eccessivamente meravigliato, che il ragazzo non comprese totalmente.
La sollevò, la fece sedere sul lavandino e lei appoggiò la schiena allo specchio alle sue spalle.
“Vedrai...” e iniziò a toccarle le gambe delicatamente, alzando leggermente la sua maglietta.
“Anche tu…” lo avvertì lei, debolmente convinta delle sue stesse parole. Cosa stava facendo? La situazione le stava sfuggendo di mano. Le stava sfuggendo decisamente troppo. Doveva riprendere il controllo. Assolutamente!
“Sì?” le sussurrò lui all’orecchio. Poi posò i suoi occhi su quelli di lei.
Fu una sensazione strana: non li aveva mai visti così. Sembravano occhi da bambina. Innocenti e puri. Erano di un verde intenso, così intenso che li faceva risplendere maggiormente.
Si fissarono intensamente, poi, lei respirò profondamente. No, non poteva sentirsi sopraffatta in questo modo! Non poteva venire sopraffatta da lui! Non poteva dimostrarsi debole, perché la debolezza non avrebbe permesso la sopravvivenza.
Portò le sue mani ancora più indietro, e quella destra toccò qualcosa. Lei lo afferrò e riconobbe la forma.
“Sì.”
Portò, poi, la sua mano sinistra sul petto di Andrew e con un colpo deciso lo allontanò da sé. Velocemente stappò quel tubetto di dentifricio che aveva tra le mani e lo strizzò in faccia al ragazzo.
Il moro cercò subito di pulirsi, imprecando ad alta voce, ma anche le mani, presto, si sporcarono di quella pasta, e il tentativo fu inutile.
“Vaffanculo, Inge! Mi bruciano gli occhi!” urlò incazzato, cercando di avvicinarsi al lavandino, su cui lei era ancora seduta. “E togliti!” La prese per le spalle e cercò di farla andare via.
Lei scese, lasciando che lui aprisse il getto d’acqua ed iniziasse a sciacquarsi il viso. Poi il ragazzo si guardò allo specchio e, una volta appurato che non ci fosse più traccia di dentifricio sul suo viso, chiuse il rubinetto.
Inge, che aveva assistito, si avvicinò a lui e posò le sue mani sui fianchi del ragazzo, alzandosi in punta dei piedi per avvicinarsi al suo orecchio.
“Non mi avrai mai” sussurrò, per poi allontanarsi con grazia verso camera sua. Si sentiva soddisfatta. Anche se non era come l’aveva pianificata, la vendetta c’era stata. E lei era tornata a vincere.
Eppure, c’era qualcosa che non andava. Perché si sentiva così? Perché si era spinta troppo? Perché la situazione le era sfuggita di mano? Perché, quando lui l’aveva toccata, aveva avvertito quei brividi?
No. Questo non era da lei. Doveva farla finita. Doveva tornare ad essere la Inge ribelle di sempre!
Per questo decise di sentirsi soddisfatta più di ogni altra cosa, sopraffacendo quella strana sensazione che sembrava farsi più reale ogni volta che incontrava quegli occhi azzurri.
Andrew rimase immobile a fissare il suo riflesso allo specchio.
Qualcosa lo turbava. Era stato sconfitto un’altra volta. Per la seconda volta era stato battuto da una ragazza. Da
Inge. Avrebbe potuto vincere questa volta, ma qualcosa l’aveva fermato.
I suoi occhi. I suoi occhi l’avevano fermato. Perché? Perché si sentiva così? Era perché era stato sconfitto? Era il suo orgoglio? Era il suo orgoglio a fargli bruciare il petto in quella maniera?
Certo. Cos’altro, sennò?_____________________________
Inizio del nuovo capitolo! (Decisamente diverso dagli altri, ma ci voleva! xD)
A voi il parere. ^^
We can be
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«Se arrugginisce,
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è simile a una spada»Beyond The Words
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