Beyond The Words

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In This House There Is Not Privacy! - Parte 2


Andrew sospirò e si alzò dal divano sul quale era sprofondato.
“Vado da lei per vedere se si è ripresa dalla visita di quell’idiota.” Li informò il moro.
“Ok, ma ti avverto. Se sento altre urla, vengo e ti strozzo.” E si portò di nuovo le mani alla testa. “Tutte quelle prove mi hanno fatto venire un mal di testa incredibile. Mi sembra che qualcuno stia cercando di aprirmela con un trapano.”
“Tranquilla, non ci troverebbe niente.” Rise suo fratello, per poi salire le scale rumorosamente.
Arrivato in cima alla rampa, si fermò ad osservare ciò che si presentava ai suoi occhi: ogni sorta di barattoli – borotalco, deodorante, lacca – davanti alla porta del bagno, un asciugamano in mezzo al corridoio e una scia di impronte bagnate che conducevano alla camera dell’ospite.
Ok. Inge era tornata nella sua stanza.
Senza il minimo pensiero di bussare e di chiedere il permesso di entrare, visto che non avevano mai avuto un’ospite in casa per così tanto tempo – ragione per cui l’educazione era una cosa del tutto sconosciuta in casa Morgan – Andrew ruotò la maniglia della porta bianca e l’aprì.
“Ehi, tutto a posto?” chiese entrando.
Un altro urlo risuonò nella stanza, ricordando i ben noti livelli di voce a cui la ragazza poteva far ricorso.
“Pervertito che non sei altro! Possibile che non riesca nemmeno a fare una doccia senza essere vista da tutti i più sconosciuti uomini del mondo? E che cazzo! Avrei fatto uno spogliarello se avessi voluto farmi vedere! Lurido porco! Esci immediatamente dalla stanza! Non hai nemmeno bussato! Sparisci! Smaterializzati! Dissolviti! Stai sicuro che se non te ne vai tu ora – ora! – ti faccio uscire io a pezzi! Vattene!”
Alle sue grida di protesta, presto seguì un telecomando volante, che, se non si fosse abbassato all’ultimo secondo, Andrew avrebbe preso in pieno volto.
Subito il ragazzo uscì dalla stanza, accostando la porta dietro di sé, come per farsi da scudo da altri eventuali attacchi, che infatti arrivarono.
Lentamente, poi, la riaprì, sentendo che gli stilli erano cessati. Infilò la testa nella camera e si guardò intorno.
Inge gli stava dando le spalle e stava cercando di infilarsi un paio di bianche mutandine goffamente. Respirava faticosamente, sembrava avesse appena finito di correre una maratona, e tale risultato poteva essere associato solamente al suo gridare.
Poi afferrò un reggiseno in tinta ed infine si girò per cercare i vestiti. Ma non fece in tempo ad adocchiarli, che il suo sguardo si soffermò su quello di Andrew, che ovviamente era rimasto ad osservare la scena.
“Brutto figlio di -” ruggì di nuovo lei.
“Ehi ehi ehi! Ferma!” corse dentro la stanza il ragazzo, bloccandole le mani, una delle quali aveva già raccolto una scarpa da terra, pronta per fare la fine del telecomando.
“Maiale! Esci immediatamente!” ringhiò lei, guardando Andrew negli occhi minacciosamente.
Lui deglutì. Era proprio un tipino quella lì!
Ma non c’è due senza tre! E infatti, la porta si aprì una terza volta.
Andrew si girò verso la porta alle sue spalle. Una ragazza esile, con chiari segni di stanchezza intorno agli occhi – pericolosamente furenti – si fece avanti, osservando incazzata la scena. Aveva una mano premuta sulla fronte e stava digrignando i denti.
“Ti ho detto che ho mal di testa.” Disse lentamente, scandendo ogni parola e facendo accrescere i brividi sulla schiena del fratello. Non era da Rachel parlare così quando stava per attaccare. E questo portava a pensare conclusioni ancora più inquietanti.
Le terribili e spaventose paure di Andrew, tuttavia, non divennero realtà, perché una scarpa colpì la mora sul naso, facendola barcollare per poi cadere a terra.
Il ragazzo si girò verso l’unica ed indiscutibile colpevole. Inge stava respirando profondamente, come se fosse stata offesa nel profondo. Solo ora Andrew si accorse che non la stava più tenendo.
Con un leggero senso di colpa si allontanò dal diavolo fatto persona per avvicinarsi alla sorella, stesa per terra, che si portava la mano sul naso.
“ANDREW!” urlò poi sgranando gli occhi. “Sto sanguinando! Sto sanguinando!”
“Lo vedo, Rachel…” fece lui, osservando il rivolo di sangue che le arrivava alle labbra.
“E allora che cazzo fai lì impalato! Vai a prendermi qualcosa!” gridò isterica la ragazza, cercando di pulirsi il viso con la manica della maglietta nera che indossava.
“Anche tu potresti muoverti! Non stai mica morendo!” borbottò Andrew, correndo in bagno ed agguantando il rotolo di carta igienica che trovò in un angolo del bagno – dalla parte opposta alla tazza. Non osò pensare come ci fosse arrivata. No, forse lo sapeva…
Sì, quella Inge era davvero un tipino.
Tornò nella stanza e diede il rotolo a Rachel, che iniziò a tamponare le poche gocce di sangue che le uscivano dal naso. La rossa, intanto, aveva preso i vestiti ed era uscita.
“Vado in bagno. Se solo qualcuno prova ad entrare non so nemmeno io cosa gli faccio!” urlò stizzita.
“Voglio proprio vedere…” le rispose Andrew, nel suo solito tono malizioso.
“Vaffanculo!” disse lei a sua volta, chiudendosi rumorosamente la porta del bagno dietro.
I due fratelli si guardarono leggermente intimoriti.
Avevano portato in casa loro una creatura decisamente pericolosa.

_______________________

Ecco la seconda parte di questa scenetta idiota!
Un modo come un altro per allungare il brodo di questa storia, ma in fondo è stata divertente, no? xD

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«Se arrugginisce,
non potrà più trafiggere
se perdi la presa,
ti taglierà

Già, l'orgoglio
è simile a una spada»


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"Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla."
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Sono ufficialmente innamorato di Andrew *__*

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Preferisco regnare all'Inferno che servire il Paradiso...
(Jhon Milton)



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...Se stravolgi l'ordine prestabilito, tutto diventa improvvisamente caos....E sai qual'è il bello del Caos?
E' Equo!
(Joker)




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Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente...
(Edgar Allan Poe)





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Due luminose stelle, tra le più fulgide del firmamento, avendo da sbrigare qualcosa altrove, se ne sono andate
dalle loro sfere e hanno pregato i suoi occhi di brillarvi fino al loro ritorno… E se quegli occhi fossero invece al posto delle stelle e quelle stelle sulla sua fronte?
Allora sì, la luce del suo viso farebbe impallidire le stelle, come il sole la luce d’una lampada;
e tanto brillerebbero i suoi occhi per i campi del cielo, che gli uccelli si metterebbero tutti a cantare credendo fosse finita la notte.
(W. Shakespeare)

 
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Eheheh
Io lo amo! *-*

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In This House There Is Not Privacy! - Parte 3

I quattro la stavano squadrando incessantemente. Uno era interessato, uno sembrava curioso, un’altra furiosa e l’ultimo vagamente divertito.
Si sentiva irritata da quegli otto occhi che non si staccavano da lei nemmeno per sbaglio. Sbuffò per la settima volta e aumentò la velocità con cui il suo piede già stava battendo per terra.
Niente. Ancora a fissarla.
In quel quarto d’ora aveva già pensato almeno una decina di modi in cui fargli distogliere lo sguardo. Avrebbe, ad esempio, potuto iniziare ad usare le forchette che erano in tavola come kunai. Oppure esercitare la sua famosa abilità dello sputare. O – perché no? – cavare i bulbi oculari manualmente ad ognuno.
Ma aveva scartato tutte quelle opzioni, optando per quella più innocua, ma inutile, che le era venuta in mente. Sbuffare. Fare capire agli altri l’irritazione che la stava avvolgendo e che l’avrebbe portata a non rispondere più delle sue azioni. Sbuffare e sbuffare ancora.
Ma più che far capire a loro il suo stato d’animo, sembrava tanto le stesse venendo un attacco d’asma, accompagnato dal Parkinson.
Ok. Se non lo capivano a gesti, doveva per forza farglielo notare con parole.
“Ascoltate!” sbottò battendo le mani su tavolo rumorosamente, sovrastando il suono delle loro mandibole al lavoro nel masticare un trancio di pizza.
“Mi state fissando come se fossi un’aliena. Che c’è? Non avete mai visto una ragazza? Avete presente quelle persone di sesso femminile, aventi tra i quattordici ai venticinque anni o giù di lì, dotate di un paio di tette e contornate di culo, a cui voi sbavate disgustosamente sempre dietro?”
I ragazzi sembrarono svegliarsi e tutti posarono lo sguardo sulla loro bottiglia di birra. La agguantarono e ne bevvero un sorso contemporaneamente.
“In effetti ho dubbi che Jack ne abbia mai vista una, ma -” iniziò Andrew, appoggiando la schiena alla sedia, ma la sua frase venne interrotta da un tappo di bottiglia che lo colpì sulla fronte scoperta.
Subito lui si allungò sul tavolo, prese la bottiglia di Jack – che stava palesemente ridendo per il colpo andato a centro, rischiando pure di cascare dalla sedia – e ne versò il contenuto sul pezzo di pizza che lui teneva tra le mani.
“ANDREW!” urlò il ragazzo, buttando la sua pizza sul tavolo ed alzandosi, le mani gocciolanti di quel liquido dorato. “Fottiti!”
“Lo sai che non hai speranze di vincere contro di me.” Sorrise beffardo il moro.
Inge fermò il suo piede e osservò la scena altamente perplessa, dove Rachel, indifferente a tutto, addentava la sua pizza. Jack gridava insulti che scivolavano come olio su Andrew, il quale si dondolava sulla sedia soddisfatto. Il tutto culminava con un altro ragazzo alla sua destra – che Inge riconobbe come Dave – che fra poco si strozzava per le risate.
Seguirono minuti in cui volarono tappi, lattine, tranci di pizza e persino una scarpa. Inge ne rimaneva sempre più turbata. Non pensava potessero esserci al mondo delle persone più idiote.
Sebbene fosse ostile all’idea di mettersi a ridere dopo ciò che le avevano fatto passare, non poté evitare di lasciare che un soffio di risata trapelasse dalle sue labbra, quando a Rachel cadde sui capelli l’ennesimo pezzo di pizza, incollandole i capelli con la mozzarella filante. La mora si alzò e iniziò ad inseguire Andrew, l’indubitabile colpevole, brandendo una bottiglia di aranciata che prese dal tavolo, pronta a bagnarlo.
Quando le acque si furono calmante grazie all’intervento del biondino – David – che poco prima aveva rischiato di morire soffocato, tutti tornarono al proprio posto – tranne Rachel, che si rintanò nel bagno al piano di sopra per lavarsi i capelli –, aprendo un’altra scatola con la pizza, visto che quell’altra era ormai sparsa per tutta la cucina.
“Quindi…” il ragazzo con i corti capelli castani mandò giù un boccone e riprese. “Tu saresti Inge, giusto?”
Lei annuì, squadrandolo. Era molto semplice, anche se era vestito un po’ troppo di marca per i suoi gusti.
“E tu sei quel pervertito che è piombato nel bagno.” Disse lei, ritornando alla sua espressione irritata ed incazzata. Non doveva ancora cedere. Si era legata al dito quella faccenda.
“Sei ancora arrabbiata per quell’incidente?” chiese Andrew, sorseggiando un po’ di birra.
“Arrabbiata? Chi? Io?” fece la ragazza, falsamente ingenua. “Certo che no! Chi mai non amerebbe trovarsi nuda nel bagno con un ragazzo, che per altro, non fa altro che fissarti?”
“Ehi! Guarda che non è colpa mia -” obbiettò Jack.
“Certo! È mia che ero in bagno a fare la doccia!” esclamò lei, facendo diventare i suoi occhi due fessure.
“Oh dai! Cosa mai poteva farti, nelle condizioni in cui era…” rise Andrew.
“Che vuol dire? Scusa, ma a te piacerebbe che una ragazza entrasse e ti vedesse nudo?” ribatté Inge stizzita.
Tom la guardò con il suo tipico sguardo furbo, accompagnato dal sorrisetto soddisfatto.
Ok. Aveva proprio spagliato persona per quella domanda retorica.
“Fanculo” sibilò lei, tirandogli il tappo che le era arrivato in testa poco prima.
“E comunque non c’era bisogno di urlare come se ti stessero aggredendo…” commentò una voce alle sue spalle, che riconobbe come quella di Rachel. Infatti, la sua esile figura avanzò per la stanza fino a tornare al suo posto di fronte a lei. Aveva i capelli malamente legati in una coda e si era infilata una tuta, che per la gioia delle altre quattro persone lì presenti, non era arancione fotonica.
“Ah!” fece lei, incrociando le braccia al petto ed alzando la voce, non ancora appagata di come si era conclusa la storia del bagno. “Giusto, avrei dovuto dire: ‘Avanti! Se volete pure scattare foto!’” urlò irritata.
“Cazzo, però! Ne hai di voce! Ma se noi sperassimo che ti venisse un mal di gola?” berciò sarcastico Andrew.
“E voi non avete un briciolo di educazione. E, tra parentesi, io spero invece che a te venga la dissenteria.” Minacciò lei, guardandolo torvo. “Cazzo! Su quattro, tre sono riusciti a vedermi nuda!”
Il suo sguardo, poi, si fermò sul biondino, l’unico che poteva salvarsi dalle accuse. Stava dirigendo gli occhi da un interlocutore all’altro, sorseggiando beatamente la sua birra.
Inge ridusse nuovamente gli occhi a due fessure, mentre David, notando che lei lo stava fissando minacciosamente, si bloccò e la guardò perplesso.
“Vuoi vedermi nuda anche tu per unirti a questi coglioni?” ringhiò.
Dave, colto alla sprovvista, si ritrovò a tossire per il liquido che gli era andato di traverso. Non era proprio serata per lui.
La ragazza, soddisfatta della sua performance e sicura che di essersi fatta capire sull’argomento, sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia.

______________________

Terzultima parte del capitolo!^^

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In This House There Is Not Privacy! - Parte 4

“Senti, ma com’è che sei arrivata qua?” le chiese Jack, posando la bottiglia di birra sul tavolo, mostrando il chiaro tentativo di cambiare discorso.
“Cosa? Non ve l’hanno detto loro?” ed indicò i due fratelli.
Lui negò, seguito dal biondo, altrettanto curioso.
“Bè, diciamo che è stato un incontro decisamente fuori dal comune…” spiegò lei, accavallando le gambe e allungando una mano per afferrare un trancio di pizza. A causa della sua ostinata intenzione di dimostrarsi incazzata, aveva persino rifiutato di mangiare e ora il suo stomaco stava iniziando a ribellarsi.
“Cioè?” borbottò Jack.
“Cioè,” e guardò i due Morgan, chiedendo silenziosamente se essere sincera oppure no. Loro le risposero alzando le spalle, quindi lei lo prese come un sì.
“Ho rubato in casa loro” rispose semplicemente lei.
David e Jack sgranarono gli occhi.
“Era lei la ladra che avete preso?” chiesero sbalorditi i due ai fratelli.
Andrew annuì, ingoiando l’ennesimo pezzo di pizza.
“Ma perché l’avete portata in casa vostra, se è una ladra? - Senza offesa, Inge.” Intervenne Dave.
“Boh, forse perché ci ha fatto pena vederla camminare da sola sotto la pioggia…” rispose Andrew, dimostrandosi quasi disinteressato.
Inge non seppe se mostrarsi irritata o meno a quelle parole, ma dopotutto, perché mai l’avrebbero presa come un cucciolo, altrimenti? Sì, doveva essere per il motivo che aveva detto Andrew, sennò niente si spiegava.
“Ah, e quanto rimane?” chiese Jack.
“Finché non sarà in grado di sopravvivere da sola.” Fece Rachel, sistemandosi una ciocca corvina che era fuggita dalla coda e le cadeva sugli occhi.
“Tranquilli, da ieri ho iniziato a cercare un lavoro.” Iniziò lei. “Sembra che in una casa editrice qui vicino abbiano bisogno di una sorta di assistente, una tuttofare. Quando avrò messo da parte abbastanza soldi per poter vivere autonomamente, mi leverò dalle palle.”
“Ma non dai troppo fastidio…” commentò Rachel, rendendosi solo dopo conto di una parolina di troppo.
Inge abbassò lo sguardo.
Fanno così solo perché faccio pena. Chi, infatti, non proverebbe pietà per una ragazza senza casa, senza famiglia… senza una vita. Però, è vero: In questa casa non c’è posto per me.
“No, cioè, io volevo dire… insomma…” balbettò Rachel, cercando di rimediare all’involontaria offesa.
Andrew le diede uno scappellotto sulla testa, commentando il suo tatto per certe situazioni. Era proprio una bambina in questi casi. Non era sua intenzione dire certe cose, era innocente quando le aveva dette, ma l’aveva ferita lo stesso. Le aveva sbattuto in faccia la realtà delle cose. Una realtà che faceva male.
“Ehi, lasciala perdere.” Disse Andrew, rivolgendosi alla ragazza. “A lei dà fastidio tutto: la pioggia, il caldo, io che sto nel bagno la mattina, il microonde che non fa quello che gli dice…” elencò sulle dita. “E la lista continua… quindi, quando ti dice che non sei troppo fastidiosa, prendilo come un complimento.” E le scarruffò i capelli rossicci.
Lui non se ne accorse – come gli altri, del resto – ma quei suoi capelli che ora le cadevano confusi davanti al viso, riuscirono a nascondere un lieve rossore che le colorò le candide guance.
“Siamo sicuri che tu sia Andrew? Andrew Morgan? Cioè, Andrew Morgan non si perde a dire certe cose!” schioccò la lingua Jack con fare scettico, alzando un sopracciglio.
“Bè, prova a capirmi. Sicuramente poi lei inizierà ad innervosirsi per le parole di questa qui.” Ed indicò Rachel, che sbuffò rumorosamente. “Chi riuscirebbe poi a vivere in casa con una belva inferocita?” e guardò Inge con un sorriso beffardo.
Ma lei ci vide qualcosa in più. Vi trovò un sorriso sincero. Un sorriso rassicurante e per questo sorrise timidamente.
“Ok. La pizza è avvelenata!” esclamò il moro, notando la semplice forma delle labbra della ragazza. “Oppure Inge sta male.”
Tutti la fissarono e lei arrossì violentemente per la prima volta. Avrebbe voluto darsi due schiaffi, ma l’unica cosa che il suo cervello fu in grado di formulare furono una serie di imprecazioni dirette a se stessa. Cosa le era preso? Cazzo! Lei doveva dimostrarsi superiore a questa banda di ragazzi! Doveva farsi vedere sempre pronta a ribattere!
Inge, riprendi la tua posizione! Fatti valere!
E così fece. Assottigliò gli occhi nelle due tipiche fessure minacciose e squadrò Andrew, che rise per niente intimorito… piuttosto per sfida.
C’era solo una cosa da fare in quel momento che potesse far ribaltare la situazione. La ragazza sfoderò il suo sorriso strafottente e si riprese la rivincita.
Calciò sotto il tavolo e colpì in pieno la gamba del moro, che iniziò a farfugliare una serie di insulti, piegandosi in due per massaggiarsi lo stinco.
“Inge, vaffanculo!” soffiò, portando una mano di nuovo sopra il tavolo e mostrandole un certo dito.
Lei rise. Sapeva che non era stato un calcio potente, e sapeva anche che Andrew stava falsamente soffrendo come un ferito di guerra.
Rise ancora.
Era contenta.

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Vedi vedi?
Andrew non è poi così cattivo U.U
Avevo ragione a dire che è un tipo simpatico (come smepre del resto) U.U

=P

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dalle loro sfere e hanno pregato i suoi occhi di brillarvi fino al loro ritorno… E se quegli occhi fossero invece al posto delle stelle e quelle stelle sulla sua fronte?
Allora sì, la luce del suo viso farebbe impallidire le stelle, come il sole la luce d’una lampada;
e tanto brillerebbero i suoi occhi per i campi del cielo, che gli uccelli si metterebbero tutti a cantare credendo fosse finita la notte.
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When Everything Seems All Right

“ANDREW!” era la terza volta che sua sorella lo chiamava da oltre la porta. E per la terza volta, lui le rispose con un grugnito.
“Ma che cazzo! Tu devi venire in studio! Non puoi dormire!” urlò ancora Rachel, battendo la mano freneticamente sulla porta.
Andrew sospirò rassegnato. Non avrebbe potuto dormire ancora per molto se sua sorella avesse continuato così! Ma lui aveva un assoluto bisogno di dormire per almeno altre tre ore, e forse anche qualcosa in più. Non avrebbe permesso a quella casinista di disturbarlo ulteriormente. Doveva liquidarla. E presto… prima che la sua testa scoppiasse a causa delle botte che Rachel continuava impetuosamente a dare alla porta.
“Che credi? Anch’io sto in piedi per miracolo!” gridò ancora Rachel.
Sì, ma era andata a letto alle dieci e mezzo! Lui, invece, si era dato alla pazza gioia con una bella bionda! Ora aveva un disperato bisogno di recuperare quelle ore passate.
“E allora mettiti a letto pure tu!” rispose Andrew, avvolgendosi ancora di più tra le coperte.
“E poi chi lo sente Richard, scusa?” protestò, smettendo di uccidere il povero e martoriato legno della porta a manate, visto che suo fratello si era finalmente degnato di risponderle.
“Vorrà dire che faremo sciopero. Chiama anche gli altri dell’equipe e avvertili.” E si mise il cuscino sulle orecchie, come se in tal modo potesse evitare di sentire la voce di Rachel.
“Ma stai scherzando?” urlò stizzita. “Non faremo più vita!”
Richard ha questo effetto solo quando ti pare, però. Non mi sembra che ti preoccupassi della tua vita quando ti sei rinchiusa nel bagno con la piastra contro il suo volere, la scorsa settimana…
“Allora vai allo studio!” sbottò irritato Andrew. Se era in ritardo e voleva andare a lavoro, perché diavolo era ancora lì a rompergli i coglioni alle dieci di mattina?
“Andrew, vaffanculo! Spero che ti venga un attacco di diarrea – come ti ha già augurato quell’altra! – e tu sia costretto a stare in bagno per tutta la giornata!”
“Grazie, ciao.”
Ciao un cazzo!” urlò per l’ultima volta la ragazza, allontanandosi a grandi e pesanti passi dalla sua stanza.
Il moro sospirò. Ora che sua sorella se n’era andata, poteva stare nel letto per tutto il tempo che voleva. E per un giorno, Richard Leonard Smith avrebbe fatto a meno di lui.
Calciò via le coperte da sopra di sé e buttò il cuscino per terra. Si mise supino, allargando braccia e gambe, immedesimandosi nell’ozio fatto persona, e si abbandonò di nuovo alla tranquillità che ora tornò a regnare nella grande casa.

***



Aprì un occhio. Bene, non c’era troppa luce nella stanza. Poteva aprire anche l’altro senza rischiare un qualche trauma.
Che ore erano?
Sbadigliò.
Decisamente presto.
Quanto aveva dormito da quando sua sorella se n’era andata?
Si portò le mani sul viso per liberarlo da alcune ciocche di capelli che gli coprivano gli occhi e girò la testa a sinistra, guardando l’orologio digitale sul comodino.
Sbuffò. Solo mezzogiorno. Se soltanto non si sentisse in dovere verso se stesso di fare una doccia al più presto, avrebbe preferito dormire almeno fino alle due.
Si mise seduto quasi inconsciamente e si guardò attorno intontito, come ogni volta. Ok, camera sua era il solito disastro. I suoi vestiti erano sparsi sul pavimento in maniera tale che nemmeno capiva il modo in cui se li era tolti. Le scarpe in fondo alla stanza, vicine alla sedia di pelle nera, su cui giaceva anche il giacchetto. I pantaloni in mezzo alla stanza e le due magliette attaccate alla maniglia della finestra.
Ma non era in condizioni da indagare oltre. Così scese dal letto e si avventurò nel bagno, strusciando i piedi come se pesassero tonnellate, dimostrandosi all’altezza di un bradipo appena uscito dal letargo. Aprì il getto dell’acqua calda e si tolse i boxer, per poi metterli nel cesto dei vestiti sporchi – anche perché se Rachel li avesse trovati di nuovo sul bordo della vasca, la sua minaccia di tagliargli i capelli nel sonno sarebbe diventata realtà.
Infine entrò nella cabina doccia e si appoggiò alla parete, cercando di farsi lentamente risvegliare dalle gocce che gli picchiettavano sul viso.
Dopo qualche minuto passato lì fermo, con il rischio di addormentarsi di nuovo, iniziò a lavarsi, cercando di svegliarsi completamente.
Improvvisamente, la porta del bagno si aprì e Andrew cercò di riconoscere la figura al di là della cabina, gesto ovviamente inutile per la quantità di vapore acqueo presente nella stanza che aveva appannato il vetro.
Il ragazzo sentì poi iniziare a scorrere un altro getto d’acqua che riconobbe come quello del lavandino. L’inevitabile conseguenza – che Andrew ovviamente non previde – fu la glaciazione del suo sistema nervoso: il getto divenne, da caldo quale era, gelido, e per poco lui non urlò di dolore.
Si sbrigò a chiudere l’acqua ed aprì la cabina, uscendo per recuperare un asciugamano – e anche per vedere chi fosse entrato. Naturalmente non era difficile indovinare chi avesse osato interrompere la sua doccia, visto che in quella casa ora vivevano in tre, ed una era uscita già da tempo. E quei capelli rossicci che vedeva cadere scompostamente sulle spalle – coperte dall’enorme maglietta che lei gli aveva fregato tempo fa e che usava per dormire – erano la prova di chi fosse.
Inge aveva appena finito di lavarsi il viso e solo una volta chiuso il getto d’acqua, si rese conto di non essere da sola. Così si girò e Andrew fece appena in tempo a recuperare un asciugamano ed a legarselo intorno alla vita.
Gli occhi della ragazza lo fissarono, leggermente perplessa. Non era ancora del tutto sveglia e le sue facoltà cerebrali dovettero sforzarsi per riconoscere quella figura davanti a lei. Una volta capito che era Andrew, sorrise, vagamente beffarda al pensiero di come questa volta le parti si fossero invertite.
“Questa volta sono io che vedo nudo qualcuno di voi.” Disse, appoggiandosi al lavandino ed incrociando le braccia al petto, senza distogliere gli occhi da lui.
“Ti è andata bene che tu abbia trovato me, allora…” le mandò indietro lo sguardo, dopo essersi passato una mano sul viso bagnato.
“Modesto il ragazzo.” Commentò lei.
“Certo che no!” ribatté lui, sorridendo superiore. “Io so di valere!”
“Certo…” borbottò lei, facendo scorrere il suo sguardo sul suo corpo. Voleva farlo sentire in imbarazzo, proprio come lui aveva fatto con lei.
“Stai continuando a fissarmi…” le fece notare Andrew, per niente toccato dal suo tentativo di fine vendetta. “Ti piace?”
“Pervertito” soffiò lei, irritata. Se prima la sfiorava soltanto l’idea di una possibile rivalsa, ora era definitiva. E quella sembrava proprio l’occasione che stava aspettando. L’unico problema era che lui non le dava la soddisfazione di riuscire nel suo intento.
“Sarò anche pervertito, ma tu non fai niente per smentire quello che ho detto…” e incrociò le braccia al petto nudo a sua volta, guardando la ragazza nella sua solita maniera maliziosa.
“Cosa vuoi che faccia? Correre via urlando?” alzò un sopracciglio lei, tornando a guardarlo negli occhi e mostrandogli il suo sguardo strafottente.
“Bè,” e si inumidì le labbra. “Diciamo che potremmo fare anche di meglio.”
“Ah, sì?” accettò lei la sfida. “Dimostramelo.”
“Ci tieni proprio, eh?” e si avvicinò lentamente.
Una serie di brividi attraversarono la schiena della ragazza.
“Sono sempre pronta a nuove esperienze.” ribatté lei, ricomponendosi e trasformando il suo tono da superiore a malizioso, proprio come quello di Andrew.
Si stavano fronteggiando. Erano uno davanti all’altra – poca distanza a dividerli – e si guardavano negli occhi. Lei, poi, si appoggiò al lavandino con le mani, allontanandosi leggermente, ma senza distogliere lo sguardo da quegli occhi che ancora emanavano malizia.
“Bene” soffiò lui al suo orecchio, mettendole le mani sui fianchi e appoggiandosi alla ragazza. Questa volta lei non poteva nulla contro di lui. Questa volta avrebbe vinto. Le avrebbe fatto vedere che non era possibile battere Andrew Morgan per due volte di seguito. “Questa sarà quella più eccitante della tua vita.”
Un’altra serie di brividi la conquistarono. Poi, maledicendosi per quella sua debolezza, la ragazza mugolò un assenso eccessivamente meravigliato, che il ragazzo non comprese totalmente.
La sollevò, la fece sedere sul lavandino e lei appoggiò la schiena allo specchio alle sue spalle.
“Vedrai...” e iniziò a toccarle le gambe delicatamente, alzando leggermente la sua maglietta.
“Anche tu…” lo avvertì lei, debolmente convinta delle sue stesse parole. Cosa stava facendo? La situazione le stava sfuggendo di mano. Le stava sfuggendo decisamente troppo. Doveva riprendere il controllo. Assolutamente!
“Sì?” le sussurrò lui all’orecchio. Poi posò i suoi occhi su quelli di lei.
Fu una sensazione strana: non li aveva mai visti così. Sembravano occhi da bambina. Innocenti e puri. Erano di un verde intenso, così intenso che li faceva risplendere maggiormente.
Si fissarono intensamente, poi, lei respirò profondamente. No, non poteva sentirsi sopraffatta in questo modo! Non poteva venire sopraffatta da lui! Non poteva dimostrarsi debole, perché la debolezza non avrebbe permesso la sopravvivenza.
Portò le sue mani ancora più indietro, e quella destra toccò qualcosa. Lei lo afferrò e riconobbe la forma.
“Sì.”
Portò, poi, la sua mano sinistra sul petto di Andrew e con un colpo deciso lo allontanò da sé. Velocemente stappò quel tubetto di dentifricio che aveva tra le mani e lo strizzò in faccia al ragazzo.
Il moro cercò subito di pulirsi, imprecando ad alta voce, ma anche le mani, presto, si sporcarono di quella pasta, e il tentativo fu inutile.
“Vaffanculo, Inge! Mi bruciano gli occhi!” urlò incazzato, cercando di avvicinarsi al lavandino, su cui lei era ancora seduta. “E togliti!” La prese per le spalle e cercò di farla andare via.
Lei scese, lasciando che lui aprisse il getto d’acqua ed iniziasse a sciacquarsi il viso. Poi il ragazzo si guardò allo specchio e, una volta appurato che non ci fosse più traccia di dentifricio sul suo viso, chiuse il rubinetto.
Inge, che aveva assistito, si avvicinò a lui e posò le sue mani sui fianchi del ragazzo, alzandosi in punta dei piedi per avvicinarsi al suo orecchio.
“Non mi avrai mai” sussurrò, per poi allontanarsi con grazia verso camera sua. Si sentiva soddisfatta. Anche se non era come l’aveva pianificata, la vendetta c’era stata. E lei era tornata a vincere.
Eppure, c’era qualcosa che non andava. Perché si sentiva così? Perché si era spinta troppo? Perché la situazione le era sfuggita di mano? Perché, quando lui l’aveva toccata, aveva avvertito quei brividi?
No. Questo non era da lei. Doveva farla finita. Doveva tornare ad essere la Inge ribelle di sempre!
Per questo decise di sentirsi soddisfatta più di ogni altra cosa, sopraffacendo quella strana sensazione che sembrava farsi più reale ogni volta che incontrava quegli occhi azzurri.
Andrew rimase immobile a fissare il suo riflesso allo specchio.
Qualcosa lo turbava. Era stato sconfitto un’altra volta. Per la seconda volta era stato battuto da una ragazza. Da Inge. Avrebbe potuto vincere questa volta, ma qualcosa l’aveva fermato.
I suoi occhi. I suoi occhi l’avevano fermato. Perché? Perché si sentiva così? Era perché era stato sconfitto? Era il suo orgoglio? Era il suo orgoglio a fargli bruciare il petto in quella maniera?
Certo. Cos’altro, sennò?

_____________________________

Inizio del nuovo capitolo! (Decisamente diverso dagli altri, ma ci voleva! xD)
A voi il parere. ^^

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«Se arrugginisce,
non potrà più trafiggere
se perdi la presa,
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è simile a una spada»


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"Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla."
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view post Posted on 28/11/2009, 14:56Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 30/11/2009, 15:09


Ma povero Andrew!
Perchè viene sempre sabotato in questo modo?!
PS: Inge è più acida di uno yogurt magro andato a male .__.

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Preferisco regnare all'Inferno che servire il Paradiso...
(Jhon Milton)



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...Se stravolgi l'ordine prestabilito, tutto diventa improvvisamente caos....E sai qual'è il bello del Caos?
E' Equo!
(Joker)




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Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente...
(Edgar Allan Poe)





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Due luminose stelle, tra le più fulgide del firmamento, avendo da sbrigare qualcosa altrove, se ne sono andate
dalle loro sfere e hanno pregato i suoi occhi di brillarvi fino al loro ritorno… E se quegli occhi fossero invece al posto delle stelle e quelle stelle sulla sua fronte?
Allora sì, la luce del suo viso farebbe impallidire le stelle, come il sole la luce d’una lampada;
e tanto brillerebbero i suoi occhi per i campi del cielo, che gli uccelli si metterebbero tutti a cantare credendo fosse finita la notte.
(W. Shakespeare)

 
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view post Posted on 29/11/2009, 23:09Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 30/11/2009, 12:01


Io adoro Inge *-* E' stupenda!
Quindi non ti permetto di offenderla, ecco! U_U

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